IL BLOG
IL MOVIMENTO REALE AL FOTOFINISH CON LO STATO DI COSE LATENTE.
venerdì 15 luglio 2011
mercoledì 13 luglio 2011
lunedì 11 luglio 2011
Aufhalter
Negli operai che resistono a Pomigliano e altrove, in Italia e nel mondo, si riverbera ancora una scintilla, quella della vera politica moderna, il cui percorso si è snodato attraverso i secoli, da Machiavelli a Weber, e che per secoli ha significato capacità di egemonizzare i processi allo scopo di orientarli e dirigerli.
Secoli aggressivi e violenti. Secoli produttivi di dottrine e di pratiche, tempi in cui atto politico significava irruzione nella contingenza, evento decisivo in grado di innestarsi nella pretesa eterna sequenzialità storica per scardinarla, per farla deviare lungo il perseguimento di un progetto, di un’idea.
Orfani del soggetto moderno e delle finali escatologie comuniste, ancora potenti lungo la prima metà del Novecento, i lavoratori più consapevoli oggi sanno che la morte delle ideologie (esaltata da molti mentecatti giubilanti – intellettuali, giornalisti, cinici idioti e via degradando – sin dal dopo ’89-’91) è solo una colossale mistificazione. E in opposizione al capitale attualmente monologante l’operaio sviluppa una forza frenante, rallentante, katechonica, cifra stessa di un carattere anche intrinsecamente tragico della grande politica.
A questo si deve guardare per ricostruire il futuro soggetto. Sarà forse il lavoro precario a recuperare il testimone delle grandi lotte del movimento operaio? Sono le moltitudini di cui scrive Negri sulla scorta della lettura antagonista di Spinoza? Per ora il precariato è in sé e non per sé, si potrebbe rispondere. Mentre a proposito della capacità delle moltitudini di auto organizzarsi in potenza politica anticapitalistica – “identica alla vita” – si possono avanzare sensate obiezioni di leniniana memoria.
Che cosa diavolo ha a che fare con tutto questo la sinistra istituzionale/parlamentare italiana?
Ricostruiamone il cammino storico più recente per descrivere la sua condizione e denunciarne lo stato: dal compromesso storico, alla linea legalista e repressiva del ’77 (culminata nell’inchiesta 7 aprile 1979, per opera del giudice Calogero di area PCI), dalla rinuncia a una politica di egemonia culturale durante gli insopportabili anni ‘80 (giusto per dichiararsi realmente neo-liberali e fintamente “riformisti”) allo sfruttamento cinico del giustizialismo degli anni novanta per sopravanzare le destre, dalla corriva gestione tecnico-burocratico-amministrativa del potere, secondo i più ignavi modelli della prima repubblica, alle plurime sconfitte elettorali dell’ultimo decennio 2001-2011. E tutto ciò non è servito da lezione.
Sbagliano di grosso coloro che si attendono dal tramonto di Berlusconi l’inizio di una nuova era, abbagliati magari dalle recenti mobilitazioni piazzaiole e referendarie (ci si inchiavardi in testa una buona volta che politica è mediazione tra istituzione e società civile; la società che pretende di autorappresentarsi politicamente è vittima del populismo e della propria ingenuità). Non ci sarà alcun regno millenario di Cristo (questa attesa è casomai una deprimente parodia grottesca dell’eschaton che non c’è), e la stessa questione morale propagandata dai più non è che una toppa inconsistente chiamata a ricucirsi sul vuoto abissale lasciato dalla politica. Che cosa fare allora? Individuare il punto di ripartenza, e installarsi in esso, forti di una visione solida e priva di ambiguità. Il lavoro deve tornare a essere la questione decisiva e fondamentale di un’azione politica di sinistra.
sabato 9 luglio 2011
venerdì 8 luglio 2011
giovedì 7 luglio 2011
IDOLA, FuORI! 3 - Lettera aperta ai commissari dell'Agcom
Convinto che la cogenza di questo discorso abbia trovato accoglienza presso le Vostre menti illuminate, Vi saluto distintamente.
mercoledì 6 luglio 2011
IDOLA, FuORI! 2 - Contro il dialogo
Lo Stato liberaldemocratico è appunto uno Stato neutrale e agnostico, l’anonimo amministratore dell’individualismo possessivo di tipica matrice borghese. La classica finzione a copertura ideologica dell’egemonia capitalistica mondiale.
Teoria e pratica della democrazia, nella modernità, hanno indicato tradizioni di pensiero politico forte, ma nel contesto contemporaneo, segnato dalla debolezza – cioè dalla fine delle "grandi narrazioni ideali" –, la democrazia diventa governance democratica, cioè una struttura di dominio pervadente, tendenzialmente automatica e portata a soffocare le espressioni di un qualsivoglia soggetto politico (a questo in Italia ha contribuito poi l'idea preconcetta, coltivata nel biennio '92-'94, secondo la quale la corruzione sarebbe stata intrinseca alla stessa forma partito. Di qui, l'avvio a un processo insensato di destrutturazione, subalterno al convincimento che per governare sarebbe bastata una legge elettorale maggioritaria, cioè fondamentalmente antipartitica, poiché in grado di costringere i soggetti all’interno di grandi coalizioni).
Le democrazie formali contemporanee – costituendosi in forme egemoniche a carattere inclusivo – risultano quindi perfettamente congeniali al rapporto di capitale, poiché in nome di un astratto egualitarismo assorbono, integrano e omologano il sociale, riflettendo politicamente lo stesso livellamento materialmente determinato dalle economie di mercato.
È significativo verificare come due intellettuali completamente divergenti come Kelsen e Schmitt sul finire degli anni Venti del Novecento convergano – come ricordava Mario Tronti – nel disvelamento dell’“enigma democratico”. Kelsen scrive: La discordanza tra la volontà dell’individuo, punto di partenza delle esigenze di libertà, e l’ordine statale – che si presenta all’individuo come una volontà estranea – è inevitabile. La protesta contro il dominio esercitato da uno che è simile a noi porta nella coscienza politica a uno spostamento del soggetto del dominio, che è inevitabile anche in regime democratico, vale a dire porta alla formazione della persona anonima dello Stato. L’imperium parte da questa persona anonima, non dall’individuo come tale. Le volontà delle singole personalità liberano una misteriosa volontà collettiva e una persona collettiva addirittura mistica. Analogamente Schmitt: La democrazia è una forma di Stato che corrisponde al principio di identità. È l’identità dei dominanti e dei dominati, dei governanti e dei governati, di quelli che comandano e di quelli che ubbidiscono, e la parola identità è utile nella definizione della democrazia perché indica la completa identità del popolo omogeneo, esistente con se stesso in quanto unità politica, senza più bisogno di nessuna rappresentanza, poiché si autorappresenta. La democrazia diventa nozione così ideale, è tutto ciò che è ideale, bello e simpatico… È uno di quei complessi pericolosi di idee in cui non si riescono più a riconoscere i concetti.
Concetti fortemente distintivi come quelli di destra e di sinistra, per esempio, sono smarriti.
In Italia, paese in cui più che altrove politica e società civile si ricalcano su se stesse, abbiamo assistito a un’autentica catastrofe categoriale. È ancora Mario Tronti a esprimere importanti considerazioni: La politica è lotta attraverso la mediazione. Un’arte raffinatissima: che richiede un’alta professionalità, che solo i grandi politici sanno esprimere. L’idea che la politica è di tutti, e alla portata di tutti, è una menzogna che hanno messo in giro i potenti per ingannare i deboli. Il populismo è anche questo: l’illusione che l’azione del capo sia l’azione del popolo. Il cittadino sovrano che viene chiamato non più ad eleggere attraverso un partito chi deve rappresentare la sua parte, ma direttamente a designare chi deve governare il paese, è il più recente imbroglio democraticistico, che solo intellettuali politicamente ritardati, e politici potenzialmente suicidi, potevano scambiare per un progresso dell’umanità verso il meglio. È la società civile che pretende di autorappresentarsi politicamente.
Tutto è sfumato in una poltiglia in cui scontri e fratture sono impediti, dal momento che non esistono più posizioni chiare, solide e riconoscibili (la sinistra ha sviluppato la propria identità storica mettendo al centro il lavoro, ma oggi il PD si pone eccentrico rispetto a questo tema, collocandolo alla pari di altre questioni, magari importanti, ma non sufficienti, non decisive). Tutto l’opportunismo di Berlusconi sta qui: nel '94, indebolitasi la capacità operativa dei partiti, ha capito che un'azione diretta, plebiscitaria, fondata sul rapporto diretto capo-elettorato, avrebbe avuto successo. Né si può probabilmente credere che l’opposizione in Italia abbia imparato qualcosa in questi ultimi venti anni, considerando la sua acritica glorificazione dello strumento delle primarie, nient’altro che un incentivo all’attuale personalizzazione della politica. Ricorrervi significa ancora una volta eludere la mediazione e favorire il passaggio a un rapporto istantaneo tra leader e popolo, con esiti nuovamente direttisti (specialmente in questo paese, la cui popolazione ha più volte dimostrato una pericolosa inclinazione all’identificazione con il “corpo mistico” del capo).
Le spontanee manifestazioni di aperto dissenso al sultano di Arcore non fanno purtroppo eccezione in questo panorama. I movimenti sono attraversati da un forte quanto sciagurato spirito antipolitico, profondamente ostile a ogni azione partitica. In questa massa confusa e grossolana di arrabbiati antiberlusconiani (popolo viola, senonoraquando, grillini etc.) non si riesce a riconoscere, come diceva Schmitt, uno straccio di concetto o di idea o di programma. È una vasta zona grigia di mucillagini spoliticizzate.
Qui giova ricordare quanto scriveva un politico di razza, Richelieu: Io riconobbi la debolezza implicita in tutti i partiti che siano composti di gente diversa, cui non lega altro interesse che un comune desiderio di insurrezione e di cambiamento; e capii come coloro che lottano contro il potere dello Stato vengano in realtà vinti dalla loro stessa immaginazione [...].
Partendo da una rinnovata consapevolezza, c’è un enorme lavoro da fare.
martedì 5 luglio 2011
domenica 3 luglio 2011
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