La storia, l'inconscio dell'Europa.
Il Novecento è il grande rimosso, il trauma destinato a ritornare in forme patologiche come sintomo.
IL BLOG
IL MOVIMENTO REALE AL FOTOFINISH CON LO STATO DI COSE LATENTE.
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venerdì 15 novembre 2013
venerdì 1 novembre 2013
IDOLA, FuORI! 26 - Specialisti dell'apparenza
Il giornalismo indica un
complesso di pratiche caratteristiche di una coscienza interiormente scissa,
subalterna al darsi immediato delle cose (gli intercambiabili “fatti del giorno”),
incapace di innalzare se stessa alla decifrazione storica del
Reale. Il giornalista – che
tallona le “notizie vere” (sic!) – è dunque un’anima tisica che non conosce l’intimo
travaglio dialettico dello Spirito, ma solo il palpitare romantico del liquame
del cuore. Privato di ogni narrazione ideale, quanto più insegue l’attualità
del mero fatto, tanto più si scopre infelicemente anacronistico.
Compagni! Camerati!
Rompete le catene, liberate i vostri talenti, smascherate
le astute operazioni di disciplinamento sociale sottese all’informazione, alla
cronaca, al giornalismo, alla satira, a tutti i sottoprodotti dell’industria
culturale.
Diffidate delle agitazioni
di superficie, e immergetevi a cogliere la concretezza profonda delle possenti
ondate.
mercoledì 14 novembre 2012
IDOLA, FuORI! 25 - Il falso è l'intero
Nel mondo
realmente rovesciato, il vero è un momento del falso,
scriveva Guy Debord più di quaranta anni fa.
La
satira – la cui morte per afasia ha per epitaffio la celebre battuta di Karl
Kraus, su Hitler non mi viene in mente
nulla – non potrà dunque riattivare il proprio discorso appellandosi semplicemente
all’oggettività dei fatti, o meglio all’attendibilità delle notizie che
pretenderebbero di riferire quegli stessi fatti. Perché proprio dinanzi all’indicibilità di un
fatto (l’ascesa del nazismo) essa è ammutolita.
Le ragioni dello scacco vanno ricercate nell’espropriazione stessa della lingua.
Le ragioni dello scacco vanno ricercate nell’espropriazione stessa della lingua.
Il capitale fa una cosa
sola, accumula indefinitamente se stesso (al punto tale da transustanziarsi in immagine), e indefinitamente produce
desertificazione. Il totalitarismo è solo una delle sue innumerevoli manifestazioni.
Dunque la stessa potenza sociale linguistica, ovvero ciò che rende possibile la
comunicazione e lo strutturarsi di forme-di-vita umane (bios), è oggi scissa dall’essere e ricostruita in un orizzonte
separato, completamente disponibile all’estrazione di plusvalore. Ciò che univa
concretamente, ora unisce nella separazione. Lo spettacolare integrato – in cui
si raccolgono le rovine della letteratura, dell’arte, della politica –
costituisce il compimento del processo: il falso è l’intero.
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giovedì 1 novembre 2012
IDOLA, FuORI! 24 - Politica peccans
Se
i politologi internazionali guardano all’Italia per individuare le tendenze
reali dentro la crisi delle liberaldemocrazie occidentali, la Sicilia sembra
essere, rispetto al fenomeno, una lente analoga a quella attraverso cui lo
scienziato iatromeccanico Malpighi osservava il mondo anatomico nelle sue
anomalie più mostruose.
Il
deforme/difforme costituisce una sorta di microscopio della natura, poiché le
manifestazioni teratologiche sono ingrandimenti che permettono l’analisi della
normalità a chi le sa leggere e interpretare. Pure oggi, e anche in ambito
politico, l’irregolarità è più interessante del generale e spiega la regola.
Per
dire, è lo studio dello stato d’eccezione a permettere un’analisi più
approfondita della sovranità.
Il
voto siciliano, letto nella sua degenerazione (come sottrazione a un genere, a
una forma), conferma l’effetto a medio termine della disintegrazione (biennio
1992-’94) della democrazia italiana fondata sui partiti, la fine della
rappresentanza, la fede idiota nel miracolo del “nuovo inizo” (più o meno uno a
settimana), l’occupazione dello spazio politico da parte di forze
demagogico-rottamatrici – le cui pulsioni di innovazione esprimono piuttosto la
conservazione più tradizionale –, il passaggio dalla politica organizzata che
crea il soggetto (la classe) al movimentismo informe che assoggetta.
sabato 13 ottobre 2012
IDOLA, FuORI! 23 - Pax europaea
Pace si dice
in molti modi, tanto diversi ed equivoci da far pensare anche al suo contrario.
Si comprende bene a queste
latitudini mediterranee.
In Italia, giusto per
esemplificare, è da anni in corso una guerra.
Una guerra civile – perché
interna ai confini e attuata ai danni di una parte specifica della popolazione
–, spettrale – perché non apertamente dichiarata –, odiosa e discriminatoria –
poiché del “nemico” si predicano caratteristiche infamanti, tra le quali l’essere-fannullone –, ideologica – in
quanto condotta all’insegna del più rozzo neoliberismo –, giusta – perché invocata in nome di un’ineffabile entità (l’Europa,
nell’accezione Draghi-Trichet) – e falsamente necessaria – il che implica la pretesa di espungere l’elemento
contingente proprio della politica, allo scopo di ridurla a semplice
automatismo tecnico al servizio del capitale –.
L’obiettivo principale da
abbattere è il lavoro, più specificamente il pubblico impiego: sanità,
istruzione etc., vale a dire i servizi presso cui si riproducono le forze
materiali più preziose, critiche e colte del Paese (del Continente), quelle maggiormente
politiche, nel senso pregnante del termine.
Le casematte di coloro che
hanno deciso di resistere a simili derive entropiche - studenti, insegnanti, operai, precari dei diversi settori etc. - sono disseminate ovunque: sono
angusti e bui locali personalizzati (i piccoli interessi parziali in cui è frammentata la società) da sottrarre
all’isolamento reciproco per costituire un fronte compatto del lavoro. E' quanto ci si aspetterebbe da una seria forza di sinistra. Se i
tempi attuali non fossero segnati da un lessico politico approssimativo, si
dovrebbe parlare di lotta per l’egemonia.
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domenica 15 luglio 2012
IDOLA, FuORI! 22 - Futilità dell'autobiografia
L'unica cosa che mi viene in mente a proposito del "parlare di sé" è che se ne può parlare fondamentalmente in due modi, secondo quanto sostiene Céline. O bene o male. Ora, parlare bene di se stessi è un'operazione grottesca. Parlarne male è invece inutile, perché a riguardo si può fare benissimo affidamento sugli altri.
mercoledì 6 giugno 2012
IDOLA, FuORI! 21 - Satira, una lezione impartita a me stesso
Informazione e moda nell’epoca dello spettacolare integrato sono espressione di un medesimo processo di alienazione. Entrambe descrivono parabole effimere, al ritmo del tempo realmente falsificato della produzione e del consumo di merci. Se sulla passerella l’abito – rendendosi visibile – diviene immediatamente out of fashion, le news compaiono già consunte nell’attimo stesso della loro apparizione: l’attualità è obsolescenza per definizione.
Una satira subalterna ai ritmi evenemenziali della cronaca giornalistica si oggettiva istantaneamente in apologia dell’esistente, una figura della falsa coscienza. La risata può darsi, ma solo all’interno di un orizzonte già spezzato, laddove l’emancipazione è vuoto portamento, e in cui vige incontrastata la ratio di una logica surcodificante e binaria, che automaticamente ripartisce l’informazione in nuova e vecchia, ricalcando indefinitamente l’immagine di un mondo feticcio, completamente informato, cioè dissolto – perché questo fa il capitale – in un accumulo pulviscolare di fatti.
La prospettiva storica di lungo periodo, l’unica capace di dialettizzare e di attingere criticamente a “più ampi destini”, è bloccata e neutralizzata dall’ansia ideologica di un’immobile rincorsa alla notizia.
giovedì 12 aprile 2012
IDOLA, FuORI! 20 - Chi dice verità cerca di ingannarti
Non è affatto corretto sostenere che le verità scientifiche si producano e si affermino, per una sorta di reclamata incontrovertibilità, in uno stato di immacolata purezza, estraneo al contesto politico ed economico-istituzionale in cui si sono effettivamente generate, soprattutto nell’epoca della sussunzione totale al capitale. Chi ignora la storicità dei rapporti sociali e di produzione pecca di ideologia e ricade in una concezione borghese (perciò feticistica e merceologica) dell’esistenza. Le idee non si concepiscono in laboratorio, e oltretutto ogni concetto implica una volontà di potenza più o meno santa, più o meno criminale.
Il comportamentismo – giusto per fare un esempio – non fa eccezione, in quanto vettore di un’antropologia e di un modello di sviluppo ben precisi: i suoi tempi e i suoi spazi sono quelli artificiali dell’efficientismo fordista e taylorista, dello sfruttamento alla catena di montaggio (poiché quanto più si contrae la frazione della giornata lavorativa relativa al lavoro necessario, tanto più il capitale si valorizza), della subordinazione a un potere disciplinare che si costituisce e si applica all’interno di omologhe unità di internamento. Non solo la fabbrica, quindi, ma anche la scuola, la caserma, la prigione e l’ospedale. Il successo e il vasto fronte di applicabilità di questa teoria, specialmente in area anglosassone – vale a dire in ambiti determinati da avanzata industrializzazione –, non sono casuali.
Il declino delle teorie skinneriane e l’insorgenza del cognitivismo riflettono una tendenza reale nello sviluppo del capitalismo, orientato alla diretta reificazione delle qualità umane (comunicazione, affettività, sessualità, dinamicità, diversificazione dei compiti ecc.) in competenze immateriali, in valore di scambio. Si cavalca l’onda della rivoluzione telematica, delle reti informatiche, dell’economia che eccede la teoria del valore-lavoro, della ricchezza che non si costituisce più nelle tot. ore di lavoro in fabbrica, ma che aumenta in ragione di rapporti sempre più mondializzati.
Ecco perché oggi gli psicopedagogisti – senza probabilmente rendersi delle ragioni storiche concrete – parlano tanto dell’importanza di sviluppare intelligenze multiple. Assistiamo a un continuo perfezionamento della scienza dell’individuale perché oggi il plusvalore non si estrae più da masse indifferenziate, concentrate in reparti di fabbrica, bensì da singolarità operative che si relazionano in rete (certo non perché siamo diventati improvvisamente tutti “più buoni” e “più premurosi” nella cura delle diversità interpersonali).
Quelle del comportamentismo sono verità confermate sperimentalmente, ma ormai obsolete in rapporto all’attuale modo di produzione. In ogni caso sono anche verità basse, riduttive, a volte stupide e mai innocenti, come lo sono quelle oggi dominanti. Se ai tempi di Skinner il modello del lavoratore era l’operaio-massa, oggi è il lavoratore flessibile in precarietà permanente. Resta solo inalterata la ferocia dell’abuso.
giovedì 8 marzo 2012
IDOLA, FuORI! 19 - Divenire donna
Non riduciamo la differenza a mera differenza di genere, a femminismo. Ovvero – per usare le parole di Carmelo Bene – a una rovina storica come la Rivoluzione industriale.
Femmina indica piuttosto un modo d’essere sempre diverso. Essere donna è un divenir-donna che può coinvolgere (e travolgere) anche l'uomo, quando è fortunato.
Ma laddove la differenza è classificata come “di sesso”, cioè corredata di concetto, diviene differenza irrilevante, è differenza tradita. È identità, nella fattispecie di genere.
È ricaduta nella logica surcodificante della macchina binaria del potere, che in tal modo assegna posizioni e ruoli: “O sei maschio o sei femmina”.
L’unica differenza tra sessi effettivamente rintracciabile in natura è quella di alcuni animali, per esempio certi scifozoi, come Chrysaora, che attraversano diverse soglie intensive di sessualità: gli individui giovani sono maschi, quindi, oltrepassando innumerevoli gradi intensivi di ermafroditismo, diventano con l’età femmine. Ai mammiferi questa fortuna non è concessa.
Per donne e uomini (che non sono semplicemente animali) la differenza è produzione incessante di pratiche politiche.
mercoledì 30 novembre 2011
IDOLA, FuORI! 18 - Essere periferici
Ho idea che la vita abbia inizio quando s'incontra qualcosa su cui delirare. Animali, stagioni, oggetti, dottrine. Malevič si è consumato nel corpo a corpo con le proprie irriducibili chimere. "Ribellarsi alla tirannia delle cose". È il giusto complemento all'espressione artaudiana secondo la quale l'esistenza che troviamo già apparecchiata (dalla famiglia, dalle istituzioni, dai rapporti di produzione, dalla specie etc.) è solo stupida abiezione. Ma nessuno ci garantisce a priori un incontro con il delirio, con l'occasione per delirare. Solo i nevrotici credono che tutto sia loro dovuto, come per diritto naturale (la libertà, l'amore, la vita...).
martedì 15 novembre 2011
IDOLA, FuORI! 17 - Governo tecnico
Il capitalismo sembra non essere più controllabile. La tecnica – come paradigma del razionalismo strumentale e acquisitivo, dell’intellettualismo calcolante, del neutralismo apolitico, delle configurazioni ordinative automatiche – non lo è certamente, a maggior ragione nell’epoca della totale estrinsecazione della sua potenza. Il corredo ideologico del vecchio soggetto moderno oggi sgambetta autonomamente, del tutto immemore della propria origine.
La speranza di dirigere i processi, notoriamente ultima a morire, s’è suicidata ben prima dei titoli di coda.
Le tecnostrutture ovunque dissociano, estraggono e riuniscono. Promuovono cioè certe dinamiche comunicative, certe circolazioni affettive, nel medesimo tempo separando le singolarità irretite nella coazione dalla pienezza concreta del bios: separano dall’essenza, dalla potenza, dalla produzione, dall’amore, dall’amicizia etc. Queste possono darsi, ma solo all’interno di un quadro già frantumato, in un rapporto di alienazione, in cui il dominio di una ratio puramente strumentale vige incontrastato. L’uomo, come progetto politico e autopoietico, è compiutamente abortito, appena preceduto nel decesso dai suoi feticci e dalle sue chimere.
Anche l’opposizione istintiva è quindi lotta condizionata materialmente da un meccanismo ostile che risponde colpo su colpo all’ammutinamento di colui che è captato nell’automaticità di sistema.
C’è da inventarsi una paradossale manovra à la Munchausen, senza indulgere a ingenue nostalgie umanistiche e romantiche, e senza naufragare nel narcisismo infantile della condizione nichilistica.
Paradossale non significa comunque impossibile. Potrebbe essere un paradosso facile, come "facile" è la decisione. E questo implica, evidentemente in forme rinnovate, la vecchia questione della costruzione del soggetto.
Paradossale non significa comunque impossibile. Potrebbe essere un paradosso facile, come "facile" è la decisione. E questo implica, evidentemente in forme rinnovate, la vecchia questione della costruzione del soggetto.
martedì 8 novembre 2011
IDOLA, FuORI! 16 - Spirito d'elite
La vita è breve. Imparare a leggere in filigrana il reale – senza farsi distrarre dalla spettacolarità dei ritmi evenemenziali e dall’obsolescenza dell’attualità (si dimette/non si dimette; il male minore/il peggio etc.) – è fatica dura. Vale la pena non perdere tempo, il che significa bruciare le edicole, annientare la RAI, chiudere account facebook e assumere la postura dell’Angelus novus: unico estremismo valido in questa fase, e per di più corredato di piacevolissimi effetti collaterali, esclusivamente fruibili da chi sa godere sul serio: quella che io chiamo l’elite – milioni di anni luce distante dalla “casta” e dalle miserie olgettine –.
La storia della politica è storia delle avventure della mediazione, del rapporto tra istituzione e società che consente – non senza opacità residuali – il trascorrere del particolare nell’universale. Ci passa attraverso tutto l’Occidente, dall’idealismo platonico, passando per le gerarchie ontologiche medievali fondate sulla sostanzialità degli universali (l’ordine già dato e solido dell’essere), fino al nominalismo di Hobbes – la cui apertura al trascendente si esprime in termini di mera esigenza di forma e di ordine –, alla costruzione del soggetto moderno, alla Aufhebung hegeliana, alla critica marxista nelle sue diverse sfaccettature etc.
Ecco, l’antipolitica indica il comodo rifiuto infantiloide di confrontarsi con tutto questo. Ovviamente, antipolitica significa tecnicismo, volgare prassi amministrativa di Palazzo, banditi al governo. Ma antipolitica è anche la cattiva immediatezza della poltiglia del cuore che percorre certa indignazione dal basso, cioè quella dell’opinione pubblica cianciante ovunque, sollecitata a parlare bene/male del potere su mandato dissimulato del potere stesso.
Grillini, dipietrini, santorini, comencinini, i crassi catalizzatori dei malumori di massa, gli apprendisti stregoni dell’illusionismo tecnocratico, delle reattività gastriche e delle coazioni prostatico-ovarico-uterine. In una parola, il vulgus tanto temuto dall’autore del Trattato Teologico-Politico.
Spinoza dunque, ma anche Hegel. Antipolitica è la pretesa di auto-rappresentazione senza idee, senza partito, senza organizzazione, senza progetto costituente, senza metodo, ma con presente davanti alle cataratte l’immagine confusa dell’idolo di turno da maledire. Presente il toro nell’arena? Antipolitica è il formalismo implicito alla credenza nella placida modulazione progressiva individuo privato-istituzione-universalismo. In fondo, nient’altro che la solita grande astrazione liberale, secondo cui la somma dei privati costituirebbe immediatamente la dimensione pubblica dello Stato.
La buona immediatezza concreta, interna alla mediazione, ma in grado di eccederla per iperpoliticità, quella che Marx vedeva nel proletariato, dov’è oggi? Forse in quel formidabile laboratorio politico che è la Val di Susa, e ovunque si sviluppi consapevolezza e strategia, nella rabbia, ma anche nella gioia (passione spinoziana) di resistere, ovvero di creare collettivamente pratiche e concetti, forti della propria preparazione. La buona elite.
mercoledì 26 ottobre 2011
IDOLA, FuORI! 15 - Soggetti forti
Fino a quaranta anni fa essere operai, essere donne significava l’incarnazione di uno stile di vita di cui andare orgogliosi, un modo speciale per soddisfare i propri desideri e bisogni. Qualcosa di ontologico ancor più che politico, una potenza affermativa che ha saputo strappare e determinare diritti fondamentali, prima che tutti diventassero borghesi e lo spirito di scissione s’illanguidisse nell'anestetica rincorsa collettiva ai consumi.
Se il desiderio è l’essenza attuale di una cosa, che cosa desiderano i precari oggi, e soprattutto come lo desiderano, in quali forme? Domanda ineludibile, perché “precariato” non denota più semplicemente una condizione di “lavoro atipico”, com’era agli inizi del XXI secolo (anni 1989-91: il Novecento, secolo brevissimo), bensì indica una particolare situazione esistenziale, affettiva, comunicativa etc. tendenzialmente permanente. Non è gavetta, è l'intera vita.
È condizione dura e difficile, e noi non cessiamo di analizzarla e di denunciarla. Rifiutiamo però la definizione – tanto cara al paternalismo imbecille attecchito in casa PD e CGIL – di “soggetti deboli”, perché il lavoro – anche se sovente si sviluppa in contesti di miseria – non è debolezza né indigenza, ma forza materiale, gioiosa, creativa e resistente.
A noi piace lavorare. E poiché resistere – ne siamo persuasi – significa esistere diversamente, un’autentica pratica politica, proprio per l’autonomia attraverso cui eccede le abituali concezioni, costituisce differenza e non resta intrappolata nella fasulla alternativa dialettica/oppositiva che in Italia ha assunto – e continua ad assumere – le fattezze grottesche di un antiberlusconismo che parla lo stesso linguaggio del potere. Ineffettuale, sterile, improduttiva, pericolosa è infatti quella prassi uggiosa capace solo di opporre un contro-mood al mood dominante (come disse una volta Enrico Ghezzi). Tutto il sottobosco dell’antipolitica ne è impregnato.
Le idee che costruiamo e di cui ci appropriamo non costituiscono dunque una sovrastruttura orientata a determinare dogmaticamente le nostre condotte, al contrario le usiamo, le ibridiamo, ci giochiamo, perché il gioco – diversamente dal vile scherzo – è sempre cosa serissima.
martedì 11 ottobre 2011
IDOLA, FuORI! 14 - "Stay foolish"
L’individuazione si dà nella dimensione comunitaria, ma l’individuo è l’astratto borghese.
Un “dettaglio” che fatica a entrare nei crani vuoti di tanti sedicenti liberali di casa nostra, tutti presi dal sogno imbecille di una comunità di soggetti perfettamente autonomi e placidamente calzati in un mondo altrettanto singolarizzato, fatto su misura con tariffe personalizzate, salari personalizzati, diete personalizzate, apprendimento personalizzato, leader politici personalizzati… in una parola, Omnitel: “Tutto gira intorno a te”. L’unica libertà è quella ideologica dell’individuo, o meglio del consumatore (sempre e comunque triste, solitaria e insoddisfacente, poiché la produzione non è oggi evidentemente collettiva). E poiché viviamo in un mondo di marchi, ricordiamoci anche dello slogan di Fastweb, nelle parole di un celebre evasore fiscale: “Ognuno dovrebbe essere libero di fare come crede”, ma questo può darsi solo nell’orizzonte già spezzato di chi acquista e consuma un servizio.
L’annientamento di ogni discorso indicante uno straccio di coscienza storica e politica è diventato uno sport, e lo stato di cose presente sembra non richiedere giustificazioni. Esso appare, dunque è tutto ciò che può essere, e tutto ciò che esiste è anche buono: il mantra del capitale monologante. Allora forse qui giova ricordare qualcosa di Marx, parole che non costituiscono funamboliche demagogie da spot, perché sono parole dotate di senso.
La condizione dell’uomo è condizione collettiva di relazione e comunicazione (La ricchezza spirituale reale dell’individuo dipende interamente dalla ricchezza delle sue relazioni reali, si legge nell’Ideologia tedesca): facoltà reificate per separazione dal comune e sussunte oggi completamente nel rapporto capitalistico. Che cos'è infatti la produzione? È il lavoro vivo, a cui – nell’epoca del terziario dominante, del linguaggio come forma avanzata di comunità, della socializzazione della produzione, del lavoro immateriale/intellettuale – il capitale risponde con la sua oggettivazione in valore di scambio, allo scopo di mettere a profitto ogni elemento che qualifica un’esistenza particolare come umana: relazione, affettività, improvvisazione, comunicazione, immaginazione, creatività, intraprendenza – tutto quanto viene evocato dalle chiacchiere dei pubblicitari fino ai discorsi di un miliardario con il pancreas in metastasi a Palo Alto – sono nient’altro che un accumulo di merci.
Il terzo settore, che reifica il linguaggio in risorsa da sfruttare per la valorizzazione del capitale, ne è un esempio. Nei Grundrisse, Marx sostiene come il linguaggio consista nell’esserci stesso della comunità, il suo modo naturale d’esistere. Ed ecco conclamato un aspetto del biopotere nell’attuale organizzazione e divisione del lavoro: la ricchezza si produce appropriandosi direttamente di competenze immateriali, relazionali, comunicative e affettive (come risulta in modo esemplare nel marketing). Le ciance dei copywriter sono ormai l’unica mercanzia sulla piazza. Non si promuove più il prodotto ma la sua vendibilità. Quando si compra un nuovo cellulare o una nuova automobile non si acquista tanto nuova tecnologia (i cui costi di produzione e il prezzo, man mano che la sua potenza aumenta, tendono allo zero), quanto un nuovo servizio che contribuisca a rinnovare il rilievo pubblico dell’acquirente, di cui deve essere noto il profilo sociale individualizzato (di qui, il contributo prezioso dei social network). Un’individualità astratta, perché ricostruita in un rapporto di separazione dalla viva comunità politica, la quale sola si esprime in singolarità concrete.
E proprio perché la competitività risulta via via impraticabile a causa del dispiegarsi progressivo di tutta l’innovazione e la potenza della tecnica, il valore economico tende a costituirsi direttamente dentro i rapporti sociali. La catena di montaggio è ovunque, dentro e fuori la fabbrica, dai primi baci agli ultimi addii.
Un “dettaglio” che fatica a entrare nei crani vuoti di tanti sedicenti liberali di casa nostra, tutti presi dal sogno imbecille di una comunità di soggetti perfettamente autonomi e placidamente calzati in un mondo altrettanto singolarizzato, fatto su misura con tariffe personalizzate, salari personalizzati, diete personalizzate, apprendimento personalizzato, leader politici personalizzati… in una parola, Omnitel: “Tutto gira intorno a te”. L’unica libertà è quella ideologica dell’individuo, o meglio del consumatore (sempre e comunque triste, solitaria e insoddisfacente, poiché la produzione non è oggi evidentemente collettiva). E poiché viviamo in un mondo di marchi, ricordiamoci anche dello slogan di Fastweb, nelle parole di un celebre evasore fiscale: “Ognuno dovrebbe essere libero di fare come crede”, ma questo può darsi solo nell’orizzonte già spezzato di chi acquista e consuma un servizio.
L’annientamento di ogni discorso indicante uno straccio di coscienza storica e politica è diventato uno sport, e lo stato di cose presente sembra non richiedere giustificazioni. Esso appare, dunque è tutto ciò che può essere, e tutto ciò che esiste è anche buono: il mantra del capitale monologante. Allora forse qui giova ricordare qualcosa di Marx, parole che non costituiscono funamboliche demagogie da spot, perché sono parole dotate di senso.
La condizione dell’uomo è condizione collettiva di relazione e comunicazione (La ricchezza spirituale reale dell’individuo dipende interamente dalla ricchezza delle sue relazioni reali, si legge nell’Ideologia tedesca): facoltà reificate per separazione dal comune e sussunte oggi completamente nel rapporto capitalistico. Che cos'è infatti la produzione? È il lavoro vivo, a cui – nell’epoca del terziario dominante, del linguaggio come forma avanzata di comunità, della socializzazione della produzione, del lavoro immateriale/intellettuale – il capitale risponde con la sua oggettivazione in valore di scambio, allo scopo di mettere a profitto ogni elemento che qualifica un’esistenza particolare come umana: relazione, affettività, improvvisazione, comunicazione, immaginazione, creatività, intraprendenza – tutto quanto viene evocato dalle chiacchiere dei pubblicitari fino ai discorsi di un miliardario con il pancreas in metastasi a Palo Alto – sono nient’altro che un accumulo di merci.
Il terzo settore, che reifica il linguaggio in risorsa da sfruttare per la valorizzazione del capitale, ne è un esempio. Nei Grundrisse, Marx sostiene come il linguaggio consista nell’esserci stesso della comunità, il suo modo naturale d’esistere. Ed ecco conclamato un aspetto del biopotere nell’attuale organizzazione e divisione del lavoro: la ricchezza si produce appropriandosi direttamente di competenze immateriali, relazionali, comunicative e affettive (come risulta in modo esemplare nel marketing). Le ciance dei copywriter sono ormai l’unica mercanzia sulla piazza. Non si promuove più il prodotto ma la sua vendibilità. Quando si compra un nuovo cellulare o una nuova automobile non si acquista tanto nuova tecnologia (i cui costi di produzione e il prezzo, man mano che la sua potenza aumenta, tendono allo zero), quanto un nuovo servizio che contribuisca a rinnovare il rilievo pubblico dell’acquirente, di cui deve essere noto il profilo sociale individualizzato (di qui, il contributo prezioso dei social network). Un’individualità astratta, perché ricostruita in un rapporto di separazione dalla viva comunità politica, la quale sola si esprime in singolarità concrete.
E proprio perché la competitività risulta via via impraticabile a causa del dispiegarsi progressivo di tutta l’innovazione e la potenza della tecnica, il valore economico tende a costituirsi direttamente dentro i rapporti sociali. La catena di montaggio è ovunque, dentro e fuori la fabbrica, dai primi baci agli ultimi addii.
mercoledì 5 ottobre 2011
IDOLA, FuORI! 13 - Freedom is slavery
La libertà implica l'esistenza di un sistema di giudizio, e viceversa. La libera volontà è un trucco teologico per rendere l’umanità responsabile e giudicarla colpevole. Evidentemente si può giudicare qualcuno reo solo a patto di riconoscergli il libero arbitrio. Dunque è vero, nulla è più atrocemente vincolante della libertà.
venerdì 30 settembre 2011
IDOLA, FuORI! 12 - Insufficienza dell'ateismo
Non a-teo, perché non mi sento privato di nulla. Non ateo, perché ateismo implica sempre un riferimento al trascendente, anche se al negativo. Non ateo, perché si tratta di uscire dalla logica binaria soggiacente alla domanda “credi?” (o sì o no). L’unico atto decisivo, per usare le parole di Artaud, consiste nel farla finita una volta per tutte con la questione di Dio.
domenica 25 settembre 2011
IDOLA, FuORI! 11 - Apologia della crisi
La crisi – non quella triste, finanziaria o di governo – è fisiologia, occasione per produzione di essere. Kairós. Non malattia dalla quale riprendersi o fuggire in cerca di conforto, ché anche se lo fosse non sarebbe tanto qualcosa da cui guarire, quanto qualcosa su cui investire.
Nietzsche, Rabelais, Cervantes, Gombrowicz sono più saggi di Freud. Abbiamo bisogno di un esordio, non di un’eziologia, men che meno di una causa prima. Cerchiamo una techne, non una morale, non una giustificazione. Ci deve bastare come punto di partenza. Qui s’inaugura il processo di costruzione di un piano politico e di vita: Il grande evento comincia al di là di tutto ciò che esiste, dunque in un luogo sconosciuto e con un uomo sconosciuto (Althusser, Machiavelli e noi). È come Don Chisciotte; a Cervantes non interessa la genealogia della sua pazzia, l’esordio è l’hidalgo cui si è seccato il cervello per via del gran leggere.
Sì, un punto di partenza. Invano lo si cercherebbe all’inizio. Non cominciamo da una ragione cartesiana che sia prima e assoluta, perché si parte sempre nel bel mezzo di una pratica. Lo sa bene Spinoza (il più saggio di tutti): In verità il problema si pone qui negli stessi termini che per gli strumenti materiali, a proposito dei quali si potrebbe argomentare allo stesso modo. Infatti per forgiare il ferro occorre un martello, e per avere un martello è necessario farlo; e per farlo occorre un altro martello ed altri strumenti, per avere questi occorreranno altri strumenti e così all’infinito; in questo modo invano si cercherebbe di provare che gli uomini non hanno alcuna possibilità di forgiare il ferro. Ma come gli uomini all’inizio potevano fare con gli strumenti naturali cose facilissime, sebbene faticosamente e imperfettamente, e fatte queste ne eseguirono altre più difficili con minore fatica e maggiore perfezione, e così gradatamente procedendo dai lavori più semplici agli strumenti e dagli strumenti ad altri lavori e ad altri strumenti, arrivarono al punto da eseguire tanti e tanto difficili lavori con poca fatica – così anche l’intelletto con la sua forza innata si fa degli strumenti intellettuali con i quali si acquista altre forze per altre opere intellettuali e da queste opere si forma altri strumenti, ossia il potere d’indagare ulteriormente; e così avanza gradatamente fino ad attingere il culmine della sapienza (TEI § 30-31).
Essere attivi senza vita interiore, senza identità, senza sapere bene che cosa si vuole ottenere, ma con il presentimento che inaugurando una prassi si riuscirà prima o poi a trovare qualcosa che faccia al caso nostro. Un errare produttivo in cerca di occasioni, di avventure durante le quali ci costruiremo un’arma.
venerdì 23 settembre 2011
IDOLA, FuORI! 10 - Considerazioni impopolari
Venire al mondo, o nascere, o vivere, significa non aver avuto la fortuna di essere stati abortiti in tempo. Dopodiché, l’unica cosa che ci resta da fare è abortire a nostra volta di tutto: famiglia, scuola, Stato, salario, religione, paura, speranza etc. Un faticoso, ma entusiasmante disapprendistato.
martedì 30 agosto 2011
IDOLA, FuORI! 9 - Quattro righe per una demistificazione
Le fantasie sono sempre deludenti perché sono il parto di una facoltà immaginativa volontaria. La fantasia mi riflette confermandomi nelle mie volizioni, anziché estromettermi. Non ci si perde mai nelle proprie fantasie, località familiari senza sorprese, luoghi d'appuntamento per noi stessi.
domenica 21 agosto 2011
IDOLA, FuORI! 8 - I "perché" dei bambini
Le cose, per il semplice fatto che esistono, sono già eternamente giustificate. Sono fesso, ma non abbastanza da chiedermi il “perché” dell’esistenza delle cose. Dovremmo disapprendere dai fanciulli. Loro non chiedono “perché” nascono i bambini; chiedono “come” nascono i bambini. Non sono mica stupidi, a differenza dei loro imbarazzati genitori. Vogliono sapere “come funziona”, da autentici empiristi naturalmente interessati alla materia, alla dinamica, alla iatromeccanica, alla fisica dei fluidi, all’idraulica applicata all’umano. Solo a seguito, da adulti adulterati e culturalmente colonizzati, diventeranno dei nevrotici convertiti alla teleologia.
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