IL BLOG


IL MOVIMENTO REALE AL FOTOFINISH CON LO STATO DI COSE LATENTE.


Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post

lunedì 6 marzo 2017

Ευθανασία



Morale per medici – Il malato è un parassita della società. In una certa condizione è indecente vivere più a lungo. Il continuare a vegetare in codarda dipendenza dai medici e dalle pratiche loro, poi che è andato perduto il senso della vita, il diritto alla vita, dovrebbe attrarre su di sé un profondo disprezzo nella società. 

I medici, dalla loro parte, dovrebbero essere gli intermediari di tale disprezzo – niente ricette, bensì ogni giorno una nuova dose di schifo per i loro pazienti… Creare una nuova responsabilità, quella del medico, per tutti i casi nei quali l’interesse supremo della vita, della vita ascendente, richiede che si reprima e si sopprima senza alcun riguardo la vita degenerante – ad esempio per il diritto alla procreazione, per il diritto di nascere, per il diritto di vivere… Morire con fierezza, se non è possibile vivere con fierezza. 

La morte, scelta liberamente, la morte effettuata nel tempo giusto, con chiarezza e gaiezza, in mezzo a figli e a testimoni: in maniera che sia ancora possibile un reale congedo, quando chi si congeda sia ancora presente, come pure una reale valutazione di quanto si è conseguito e voluto, una somma della vita tutto questo in contrasto con quella meschina e orrenda commedia che il cristianesimo ha fatto dell’ora della morte. 

Non si deve mai dimenticare che il cristianesimo ha abusato della debolezza del morente per violentarne la coscienza, e del modo medesimo di morire per dare giudizio di valore sull’uomo e sul suo passato! – Qui si tratta, malgrado tutte le viltà del pregiudizio, soprattutto di fissare il giusto, ossia fisiologico apprezzamento della cosiddetta morte naturale: la quale, tutto sommato, è anche essa solamente una morte “innaturale”, un suicidio. Non si perisce mai a motivo di altro, ma di se stessi. Soltanto che la morte nelle condizioni più disprezzabili è una morte non libera, una morte in un tempo sbagliato, una morte da vili. 

Si dovrebbe, per amore della vita, - volere una morte diversa, libera, cosciente, senza casi fortuiti, senza sorprese… 

Infine un consiglio ai signori pessimisti e altri décadents. Noi non abbiamo nelle nostre mani il potere di impedire di venir generati: ma possiamo riparare a tale errore – poiché talvolta è un errore. Quando ci si sopprime, si fa la cosa più degna di stima che si dia: con questo, quasi si merita di vivere… La società, ma cosa dico! La vita medesima ha più giovamento da ciò che da una qualsiasi “vita” vissuta nella rinuncia, nella clorosi e in altre virtù – si è liberato gli altri dalla propria vita, si è liberato la vita da un’obiezione… 

Il pessimismo, pur, vert, si dimostra in primo luogo attraverso l’autoconfutazione dei signori pessimisti: si deve proseguire nella sua logica, non solamente negare la vita con la “volontà e rappresentazione”, come ha fatto Schopenhauer… Il pessimismo, detto per inciso, per quanto sia così contagioso, ciò malgrado non incrementa complessivamente la morbosità di un’epoca, di una generazione: esso ne è l’espressione. Si è esposti a esso, come si è esposti al colera: si deve di già essere abbastanza predisposti a esso. Il pessimismo medesimo non produce alcun décadent in più, rammento i risultati della statistica secondi cui gli anni in cui infuria il colera non si differenziano dagli altri in relazione all’ammontare globale dei casi di morte.

[F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli]

venerdì 22 aprile 2016

Mito mutato


Con solide spalle lo spazio si oppone al nulla.
Dove è spazio, là è essere.
[F. Nietzsche]

sabato 7 luglio 2012

Di Spinoza, di satira e di altri umori

Che a Spinoza piacesse ridere di gusto è risaputo e debitamente documentato. Colerus – biografo comunque a lui ostile –, racconta a riguardo alcuni aneddoti.

Lo stesso Spinoza d’altra parte scrive:
1-L’Irrisione è Gioia nata dal fatto che immaginiamo che qualcosa che disprezziamo è presente nella cosa che odiamo.
SPIEGAZIONE
In quanto disprezziamo una cosa che odiamo, in tanto ne neghiamo l’esistenza […] e in tanto ci rallegriamo. Ma, poiché supponiamo che l’uomo abbia in odio ciò che è oggetto della sua irrisione, segue che questa Gioia non è solida. (Eth. III, prop. XI e spiegazione)

2-L’Odio non può mai essere buono.
L’Invidia, l’Irrisione, il Disprezzo, l’Ira, la Vendetta e gli altri affetti che si riferiscono all’Odio o nascono da esso sono cattivi […]. (Eth. IV, prop. XLV e corollario I)

3-Tra l’Irrisione (che nel primo Corollario ho detto cattiva) e il riso riconosco una grande differenza. Infatti, il riso – come anche il gioco –  è pura Gioia, e perciò […] è di per sé buono. (Eth. IV, prop. XLV, scolio)

Oltre al riso e alle pure gioie esistono dunque anche delle gioie tristi, cioè gioie che si danno a seguito della denuncia delle tristezze altrui, passioni di cui non siamo causa adeguata. Gioie reattive, direbbe Nietzsche.

La satira, a parte i suoi momenti migliori, difficilmente mostra di essere qualcosa di più che una re-azione, un contro-mood derisorio, una denuncia, o una sottrazione di quanto è comunemente acquisito al senso comune.

Nei suoi esempi peggiori è invece l’apoteosi rovesciata di ciò che esiste, un’implicita glorificazione “al negativo” dello stato di cose presente.

Di qui la diversità rispetto al grottesco materiale, al carnevalesco (Rabelais non è un autore satirico, infatti), oppure a un umorismo nero – da Kubin a Kafka, da Lautréamont a Max Ernst – che è soprattutto sovvertimento per una produzione ontologica del nuovo e non replica invertita dell’esistente.  

martedì 10 gennaio 2012

"Noi abbiamo inventato la felicità"


- dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.


Hanno abbandonato le regioni dove la vita era ardua: giacché si ha bisogno di calore. Si ama pure il vicino e ci si strofina contro di lui, giacché si ha bisogno di calore. Ammalarsi e diffidare è da loro considerato peccaminoso: si procede circospetti. Stolto chi incespica ancora nelle pietre e negli uomini!


Un po' di veleno di tanto in tanto: procura sogni piacevoli. E molto veleno alla fine, per una morte piacevole.


Si lavora ancora, perché il lavoro è un passatempo. Ma si fa in modo che il passatempo non logori.


Non si diventa più poveri o ricchi: è troppo molesto l'uno e l'altro.


Chi vuole ancora governare? Chi ancora obbedire? L'uno e l'altro è troppo molesto.


Nessun pastore e un solo gregge. Ognuno vuole la stessa cosa, ognuno è uguale: chi sente in modo diverso entra spontaneamente in manicomio.


"Un tempo tutto il mondo era pazzo" - dicono i più sagaci, e ammiccano.


Si è intelligenti e si sa tutto quello che è accaduto: così lo scherno non ha fine. Si litiga ancora, ma ci si riconcilia presto - altrimenti si guasta lo stomaco.


Si ha il proprio piacerucolo per il giorno e il proprio piacerucolo per la notte: ma si apprezza la salute.


"Noi abbiamo inventato la felicità" - dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.
(Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra)

domenica 25 settembre 2011

IDOLA, FuORI! 11 - Apologia della crisi

La crisi – non quella triste, finanziaria o di governo – è fisiologia, occasione per produzione di essere. Kairós. Non malattia dalla quale riprendersi o fuggire in cerca di conforto, ché anche se lo fosse non sarebbe tanto qualcosa da cui guarire, quanto qualcosa su cui investire.
Nietzsche, Rabelais, Cervantes, Gombrowicz sono più saggi di Freud. Abbiamo bisogno di un esordio, non di un’eziologia, men che meno di una causa prima. Cerchiamo una techne, non una morale, non una giustificazione. Ci deve bastare come punto di partenza. Qui s’inaugura il processo di costruzione di un piano politico e di vita: Il grande evento comincia al di là di tutto ciò che esiste, dunque in un luogo sconosciuto e con un uomo sconosciuto (Althusser, Machiavelli e noi). È come Don Chisciotte; a Cervantes non interessa la genealogia della sua pazzia, l’esordio è l’hidalgo cui si è seccato il cervello per via del gran leggere.

Sì, un punto di partenza. Invano lo si cercherebbe all’inizio. Non cominciamo da una ragione cartesiana che sia prima e assoluta, perché si parte sempre nel bel mezzo di una pratica. Lo sa bene Spinoza (il più saggio di tutti): In verità il problema si pone qui negli stessi termini che per gli strumenti materiali, a proposito dei quali si potrebbe argomentare allo stesso modo. Infatti per forgiare il ferro occorre un martello, e per avere un martello è necessario farlo; e per farlo occorre un altro martello ed altri strumenti, per avere questi occorreranno altri strumenti e così all’infinito; in questo modo invano si cercherebbe di provare che gli uomini non hanno alcuna possibilità di forgiare il ferro. Ma come gli uomini all’inizio potevano fare con gli strumenti naturali cose facilissime, sebbene faticosamente e imperfettamente, e fatte queste ne eseguirono altre più difficili con minore fatica e maggiore perfezione, e così gradatamente procedendo dai lavori più semplici agli strumenti e dagli strumenti ad altri lavori e ad altri strumenti, arrivarono al punto da eseguire tanti e tanto difficili lavori con poca fatica – così anche l’intelletto con la sua forza innata si fa degli strumenti intellettuali con i quali si acquista altre forze per altre opere intellettuali e da queste opere si forma altri strumenti, ossia il potere d’indagare ulteriormente; e così avanza gradatamente fino ad attingere il culmine della sapienza (TEI § 30-31).

Essere attivi senza vita interiore, senza identità, senza sapere bene che cosa si vuole ottenere, ma con il presentimento che inaugurando una prassi si riuscirà prima o poi a trovare qualcosa che faccia al caso nostro. Un errare produttivo in cerca di occasioni, di avventure durante le quali ci costruiremo un’arma.