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IL MOVIMENTO REALE AL FOTOFINISH CON LO STATO DI COSE LATENTE.


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mercoledì 14 novembre 2012

IDOLA, FuORI! 25 - Il falso è l'intero

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso, scriveva Guy Debord più di quaranta anni fa. 
La satira – la cui morte per afasia ha per epitaffio la celebre battuta di Karl Kraus, su Hitler non mi viene in mente nulla – non potrà dunque riattivare il proprio discorso appellandosi semplicemente all’oggettività dei fatti, o meglio all’attendibilità delle notizie che pretenderebbero di riferire quegli stessi fatti.  Perché proprio dinanzi all’indicibilità di un fatto (l’ascesa del nazismo) essa è ammutolita. 
Le ragioni dello scacco vanno ricercate nell’espropriazione stessa della lingua. 
Il capitale fa una cosa sola, accumula indefinitamente se stesso (al punto tale da transustanziarsi  in immagine), e indefinitamente produce desertificazione. Il totalitarismo è solo una delle sue innumerevoli manifestazioni. Dunque la stessa potenza sociale linguistica, ovvero ciò che rende possibile la comunicazione e lo strutturarsi di forme-di-vita umane (bios), è oggi scissa dall’essere e ricostruita in un orizzonte separato, completamente disponibile all’estrazione di plusvalore. Ciò che univa concretamente, ora unisce nella separazione. Lo spettacolare integrato – in cui si raccolgono le rovine della letteratura, dell’arte, della politica – costituisce il compimento del processo: il falso è l’intero.

venerdì 20 luglio 2012

Appendice a Quattro giorni

Qual è il genere letterario maggiormente esposto all’oltraggio di un’infestante nevrosi da chiarezza documentaria? Mi sono risposto che dovesse trattarsi della biografia. Che cosa più del testo biografico risulta infatti espressione di una tautologica volontà di glorificazione del reale? Il peso dell’esigenza di verità come adeguazione e completezza conduce a riferire le cose esattamente come stanno, nei termini in cui il pensiero – pregiudizialmente concepito come somigliante all’essere formalmente inteso – se le rappresenta, fino all’esaltazione del mero e banale dato oggettivo.
Quattro giorni è invece prodotto, disegnato e scritto laconicamente: Si conosceranno le cicatrici da ogni buon giudizio. Trattasi di una biografia esangue ed ellittica, che si attualizza (dis)integra solo leggendola partendo dalle amputazioni – per cicatricem, appunto –, essendo essa menomata addirittura del nome del soggetto ritratto (peraltro storicamente esistito). Multa paucis dicere sed cum sale et venustate laconicum est. Di X, fisionomia senza storia, percorsa e attraversata da intensità irrappresentabili, può darsi solo un profilo indiziario, disperso e aionico. Un compendio di assenze, echi, allusioni, scorci, lontananze in cui mi piacerebbe che risuonasse un po’ di Barocco. Questo non-racconto è un ambiente chiuso, un dispositivo ermetico che gira su se stesso. Il suo completamento si deve – più che a emendazioni progressive – a una serie di mutilazioni puntuali. I tagli sono i caratteri realmente parlanti di una scrittura dissimulatrice e di un disegno in cifra. Di più non si può dire, perché tutto è lasciato alla perspicace agnizione del lettore.

(Ma potrebbe anche essere tutta una cazzata)

giovedì 19 luglio 2012

Quattro giorni, o delle immemorie del fisiologo

Si conosceranno le cicatrici da ogni buon giudizio.
(Torquato Accetto)

Dieu veut être ce qu’il est [...]
(N. Malebranche)



1-Lei – Eίδος – non guarda, ma guardano degli sterniti addominali, delle cartilagini, un epistoma, un edeago, propaggini senza inerenza irriflesse nel liquor. Non conoscendo padrone non possono che mirare attraverso una lente convessa mai intagliata per escluder... lo. Così è successo che l’hanno sfinito parcellizzato spezzato liberato. 

2-“Vi vedo metamorfosati, figlio”, egli dicono ai cocci. Uno, l’eone successivo. Lo dice, si sente. Regala a chi possibilità per una sintesi, elargisce margini. Identità a chi. Quella del “figlio”. Sostanza che delude ma pur sempre una. Ens et unum convertuntur. Chi svaga stravolto precipitato in un altro che resta se stesso. La nave di Teseo, l’io non generantesi svolgentesi. D’altra parte chi è, indubbiamente. Quando l’alba non è all’alba io sono noi non io legione. Chi è ogni nome dei quali frammenti colà insubordinati accidenti molteplici in frenetica panspermia rimbalzano al ritmo della febbre quartana.



3-Sarà la malaria il dono, e si direbbe, per propiziare incontri. A caso frequentare il caos, testimoniare al sifone come a un amante pigro. Si appetisce la rovina, poiché la coscienza annientata nella disposizione deposta alle parti è il sapore del principio di ragione insufficiente e dello schematismo latitante al banchetto di un monarca acefalo.


4-Una lente un neo un molare una parola un muscolo un ginocchio un odore un’ora del pomeriggio un naso una musica un alluce un cuore usurpato a una rana un anofele. In frantumi migrano slacciati nel vuoto ad affastellata insolente meticcia epigenesi gli ineffabili progetti di un Dio in esilio, tant’è che dall’orbicolo di una macina protrude l’Anticristo.



5-Fine primo secondo tempo. Invocato l’Ordine immutabile sterniti addominali cartilagini epistoma edeago lente rinunciano per immeatio a irreciproca solitudine loro indeterminata dagli articoli. Convenuta cospirante, l’Unità recuperata colpevole è restituita alla sua bella e dosata integrità. La realtà, o passa attraverso il dominio della legge oppure non è.

6-Tornare congrui, simmetrici, equilibrati. Rei. Intollerabile il vagabondaggio sovversivo di parti fuori misura. Alla trasgressione risponde intransigente severità sovrana, orangista, calvinista.

7-Al primordium, alla forma, all’uovo che amministra reclude sanziona ragiona commuta distribuisce giustizia a sopraccigli-rughe-narici. L’uovo è una grande coalizione. Di centro. Volto. Il ricordo del volto è ancora più centripeto precipitato grumo di riconoscibile icona. Contemplativo focolare domestico del desiderio addomesticato. Documentato si dichiara alla dogana da compunto bravo civis che farà carriera.

8-Dieu aime sa substance invinciblement, parce qu’il se complaît en lui-même. I suoi primi successi: il molare dissidente irreggimentato dal sorriso – neutralizzato. Il ginocchio ribelle domiciliato accanto all’altro suo equivalente – sposato. Il naso riottoso con narici legalmente sedentarie – pensionato. L’alluce eversivo catturato dallo specchio offertogli dal suo doppio – arrestato. Ufficialmente il lieto fine si adorna di vestigia bilaterale.

9-Inchiodato all’epicentro, ai significati, le sue pesanti armature immateriali, panoplie operative. Coartata avara di sé immota crisalide. È stupefacente vedere la tesi oggettivarsi sotto gli occhi propri. L’essere è carne sul punto di arrendersi. Materia peccans. Ancora quattro giorni.


Et la réciproque est vraie ! 

sabato 14 maggio 2011

Grigiore, bêtise, banalità - tre categorie per leggere il Novecento e l'epoca contemporanea

Esiste una foto, pubblicata sul frontespizio del capolavoro di Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità, che ritrae il cadavere di Cesare Battisti, impiccato dagli austriaci nel 1916 per tradimento. Il corpo, appeso a una trave, è circondato da un gruppo di astanti, ma la rappresentazione non ha nulla della ieraticità di una crocifissione. Gli uomini attorno a Battisti sono i suoi carnefici. Grottescamente in posa, soddisfatti di poter presenziare all’evento di cui si sono appena resi protagonisti. Appagati dalla consapevolezza di aver fatto un buon lavoro. Sul loro volto è stampato non un sorriso, ma un ghigno. Stupido, contratto, osceno, di circostanza, borghese, per nulla sadico o demoniaco. La foto venne fatta circolare durante la guerra sottoforma di cartolina postale, per mandare i saluti a casa.
Dall’assassinio di Battisti alle torture di Abu Ghraib in Iraq intercorrono molti anni. Il Novecento intero, o quasi. È il secolo che ha conosciuto la macelleria di Verdun nel 1916, i blitz devastanti della seconda guerra mondiale, lo sterminio sistematico e programmato di milioni di esseri umani. Eppure si direbbe che da quella immagine consunta e in bianco e nero alle foto digitali scattate dalle guardie carcerarie nella prigione irachena non sia passato che un istante. Giusto il tempo di premere nuovamente il dito per un secondo scatto.
I visi sogghignanti dei seviziatori statunitensi, banalissimi, tipici della tranquilla e dormiente provincia americana à la Julien dunkey boy di Korine, si sovrappongono perfettamente a quelli dei loro omologhi austriaci di cento anni fa.
Sono questi volti a palesare, nell’immediatezza dell’istantanea, un tratto che si direbbe caratteristico della specie umana: la bêtise, la bestialità (che nulla ha a che fare con l’animalità) a più riprese denunciata da filosofi come Gilles Deleuze.
La bêtise è ignominia e stupidità, ci dice Kraus. La bêtise è torpore e acquiescenza. La bêtise è, usando le parole di Pier Paolo Pasolini, incapacità di dissentire.
È lo stesso Deleuze a suggerire un rapporto con le riflessioni di Primo Levi sulla “vergogna di essere uomini” [...]. Vergogna che ci siano stati uomini diventati poi nazisti, vergogna per non aver saputo né potuto impedirlo, vergogna di aver accettato compromessi: Primo Levi chiama tutto questo la “zona grigia”. E questa vergogna di essere uomini la proviamo in circostanze semplicemente ridicole: dinanzi a una volgarità di pensiero troppo grande, dinanzi a una trasmissione di varietà, dinanzi al discorso di un ministro, dinanzi alle chiacchiere di ciarlatani.
Levi ci dice che è necessario abbandonare ogni attitudine dualistica se vogliamo effettivamente comprendere ciò che accadde nei lager nazisti e cogliere la specificità sfumata della “zona grigia”. Dobbiamo cioè evitare di ricondurre ogni cosa a quel tipo di logica binaria che da sempre cerca di codificare il bene e il male in termini assoluti:
La storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi.
Nei campi di sterminio si venivano a ricreare le gerarchie e le dinamiche tipiche dello Stato totalitario:
Entrava in gioco anche la ricerca del prestigio, che nella nostra civiltà sembra sia un bisogno insopprimibile: la folla disprezzata degli anziani tendeva a ravvisare nel nuovo arrivato un bersaglio su cui sfogare la sua umiliazione, a trovare a sue spese un compenso, a costruirsi a sue spese un individuo di rango più basso su cui riversare il peso delle offese ricevute dall'alto.
Levi ci parla poi del caso di Chaim Rumkowski, a cui i nazisti attribuirono la carica di decano del ghetto polacco di Lodz. Una promozione sociale che non gli venne concessa per particolari meriti o capacità personali (di cui era probabilmente sprovvisto), bensì per il suo ossequio all’autorità gerarchica. Rumkowski riprodusse così nel piccolo, nei confini miserabili e degradati del suo feudo, la stessa struttura di potere a cui era egli stesso soggiogato.
Pretese abnegazione incondizionata dai suoi subordinati e diritto di vita e di morte sui suoi “sudditi”. Non basta: Da questi suoi sudditi affamati, Rumkowski ambiva riscuotere non solo obbedienza e rispetto, ma anche amore. Adottò e adattò la medesima retorica dei Goebbels e dei Mussolini, declinandola in senso proporzionato alla sua autorità.
Questa è la “zona grigia”, con la quale non s’intende affatto legittimare una possibile equivalenza tra vittime e assassini:
Non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità.
Affermare che siamo tutti colpevoli equivarrebbe a sostenere che “siamo tutti innocenti”: il riflesso di una insinuante volontà di autoassoluzione. Consapevolezza ben presente in Hannah Arendt. E come non ritrovare nella figura di Eichmann le caratteristiche tipiche dell’uomo della zona grigia? Eichmann è il banale grigio burocrate incaricato della deportazione e dello sterminio. Impeccabile nel suo lavoro, tanto da andarne fiero. Un mediocre dalla malvagità agghiacciante, proprio perché privo di qualità particolari o demoniache. Non un mostro sadico.
Ne Il freddo e il crudele, Gilles Deleuze sostiene in effetti l’estraneità assoluta dell’eroe sadico rispetto all’acquisizione, all’esercizio e al compromesso col potere. Di più, il sadico non si giustifica e non si appella a una legge per rendere conto della propria condotta (come fecero invece gli aguzzini nazisti davanti ai loro giudici), al contrario la contesta ironicamente in ragione di una natura superiore e antecedente la legge stessa: "I tiranni non nascono mai nell'anarchia, li vedrete sorgere solo all'ombra delle leggi, o da esse autorizzati". Questo è l'essenziale del pensiero di Sade: il suo odio del tiranno, il modo in cui mostra che la legge rende possibile il tiranno. Il tiranno parla il linguaggio della legge, non ha altro linguaggio. Chigi, nella Juliette sadiana, è un anarchico, Eichmann (o Priebke o chiunque altro) un invalido e impotente uomo di potere. Attribuirgli un’anima perversa che non gli appartiene sarebbe un errore che provocherebbe oltre tutto il classico e pericoloso effetto rassicurante: i mostri, si sa, sono esseri eccezionali, e tali le loro nefandezze; e così Auschwitz non sarebbe stato altro che un caso, un incidente teratologico sulla retta autostrada progressiva della storia. In verità bisogna continuamente vigilare su questi fenomeni e vezzi estetistici, così come li definisce Primo Levi.
Non sfugge alla tentazione di estetismo neppure un programma documentaristico sul Terzo Reich trasmesso recentemente da Rai3 : Tutti gli uomini di Hitler.
Ne riporto di seguito l’incipit:
Sono stati gli ultimi Cavalieri del Male che hanno cercato di conquistare il mondo... erano venuti dal lato oscuro dell’Universo, armati di violenza e seduzione... con superbia hanno scatenato sulla Terra quell’inferno che da sempre abitava in loro... [...] ma alla fine sono stati vinti e ricacciati nelle tenebre... sono gli Angeli del Male del III Reich.
Ben diversamente Orson Welles, come spiega in un’intervista pubblicata su Les Cahiers du cinéma, era convinto che su un soggetto come Himmler, banalissimo bandito, servile e untuoso, grigio, non si sarebbe mai potuto dire nulla di interessante.
Un regista contemporaneo ha d’altra parte ritenuto che fosse possibile raccontare e girare qualcosa su questi uomini. È il caso di Alexandr Sokurov e del suo film Moloch, ovvero un giorno nella vita di Adolf Hitler ed Eva Braun. Una pellicola in cui non c’è spazio per una possibile monumentalizzazione del criminale. L’estetismo (nonostante la splendida fotografia del film) è escluso ed espulso con lucida consapevolezza etica. Hitler, manifestazione di ottusa bêtise, è presentato senza orpelli come uomo nudo alle prese con le sue miserabili ipocondrie, nevrosi e ambizioni borghesi.
E così i suoi gerarchi, nella fattispecie Bormann e Goebbels - piagnucolosi mendicanti di approvazioni e favori -, sono i Chaim Rumkowski della situazione.
Proprio con Rumkowski, Primo Levi chiude la sua riflessione sulla “zona grigia”, una riflessione che nega nettamente ogni possibilità di conforto:
Chi è Rumkowski? Non è un mostro, e neppure un uomo comune; tuttavia molti intorno a noi sono simili a lui. I fallimenti che hanno preceduto la sua "carriera" sono significativi: gli uomini che da un fallimento ricavano forza morale sono pochi. Mi pare che nella sua storia si possa riconoscere in forma esemplare la necessità quasi fisica che dalla costrizione politica fa nascere l'area indefinita dell'ambiguità e del compromesso. [...] in Rumkowski ci rispecchiamo tutti, la sua ambiguità è la nostra, connaturata, di ibridi impastati di argilla e di spirito; la sua febbre è la nostra.

MM